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Come la morte ci trasforma

Come la morte ci trasforma

22 Gennaio 2019161Views

C’è qualcosa nella morte che è estremamente affascinante: quando sta per arrivare. La mia esperienza con la morte mi porta a dire che ne esistono, grossomodo, due specie: la morte che arriva e quella che sta arrivando. La prima sconvolge chi rimane e chi va via. Giunge senza bussare, non te l’aspetti, avresti voluto tutto tranne che morire, tutto tranne che assistere alla sua morte. La seconda, invece, è in grado di bussare. Entra piano, si fa vedere prima come un’ombra poi, pian piano, sempre più chiara. Questa tipologia di morte è quella che generalmente avviene per vecchiaia o per malattia. Càpita di notare che il corpo di un sofferente si stia trasformando irrimediabilmente così come il corpo di un anziano. E’ un leggero andare via che pian piano si fa sempre più forte fino a spegnere la luce e chiudere la porta.

E’ da qualche tempo che mi chiedo effettivamente come la morte ci trasforma, come siamo in grado di perdere le sembianze della vita e come questa riesca ad abbandonarci, in qualche caso, pian piano. Esiste una semantica delle espressioni legate alla morte. Nella mia esperienza, questa non solo è complessa e dunque affascinante, ma drammaticamente lunga. L’aggettivo non a caso.

Come la morte trasforma le espressioni

L’esperienza della trasformazione è forse una delle esperienze più belle che si possano fare. Banalmente si cresce: non è questa forse la prima trasformazione meravigliosa di cui siamo spettatori? Rivedere una foto di dieci anni fa, mi fa accapponare la pelle; e non perché abbia un brufolo costante, la faccia paffuta e un paio d’occhiali che oggi non sceglierei mai. Perché percepisco la differenza non solo nell’estetica ma anche nei pensieri. Della me di dieci anni fa, ricordo ogni singolo pensiero ed ogni minima paura, ricordo i pianti e le diatribe mentali autonome, labirinti in cui perdersi non aveva come fine ultimo il ritrovarsi. Crescere è la prima trasformazione che inquieta. La morte credo sia immediatamente dopo.

http://www.popfilosofia.it/death-cafe-mortalita-a-tavolino/

 

L’esperienza della trasformazione, implica che a questa, in qualche modo si assista. Non c’entra nulla la religione, il trapasso, il passaggio ad altra vita; è un andar via pian piano che si riverbera sulle espressioni del volto, l’orientamento dello sguardo. Che sia anche una questione di anima, che morire riguardi anche l’io interiore è scontato; eppure di questa trasformazione qui, di quella che riguarda i pensieri di chi muore non ne possiamo avere diretta esperienza se non quella che non potremo in nessun modo raccontare. La trasformazione delle espressioni, invece, è facile da analizzare perché chi sta a fianco ed assiste una morte lenta, ne riconosce i tratti.

In realtà nello sfasciamento del corpo non è facile vedere armonia e proporzioni ma gli stessi greci avevano un sostantivo, che oggi viene ancora usato come nome proprio in alcune zone d’Italia: Calogero, composto di “bello, buono” e “vecchiaia”. Un concetto di “bella vecchiaia” che vediamo espresso anche in certe tele di Andrea Mantegna.

Remo Bodei, in Bellezza Sostantivo plurale. Intervista a cura di Alessia Rastelli, La Lettura #373 del 20 gennaio 2019.

La semantica delle espressioni legate alla morte riguarda lo sguardo che diviene in qualche modo assente, i gesti lenti, le espressioni articolate che diventano semplici: un lieve andar via e non esserci più. Uno starci prima e non più. E’ qui e poi non c’è più.

Con la fine del corpo si modifica pian piano lo sguardo e giorno dopo giorno, all’apprestarsi dell’atto misterioso, si “tocca” tutto ciò che ci circonda con uno sguardo diverso. Gli occhi si spengono. L’altro è già un’assenza con cui si fanno i conti. Il volto cambia perché a riconoscere la morte è solo chi muore.

Anita Santalucia

Anita Santalucia

Content Specialist e specialista nel complicarmi i pensieri come solo le persone che gettano avanti il cuore in ogni cosa che fanno, sanno esserlo. Il Blog è il mio esercizio quotidiano per curare me stessa, per non perdermi, per essere sempre presente.

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