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Perchè abbiamo bisogno di scrivere

Perchè abbiamo bisogno di scrivere

10 luglio 2018333Views

Il desiderio di scrivere un libro, una biografia, un racconto oppure una raccolta di poesie, è il fulcro delle aspirazioni contemporanee, lo scopo della vita. Ma perchè? Cosa spinge le persone a inventarsi storie, mettersi a nudo completamente davanti ad un pc? Cosa spinge gli scrittori a scrivere e gli editori a pubblicare? E quindi perché abbiamo tanto bisogno di scrivere?

The Book of Life ha dedicato un articolo molto interessante sul tema, segno che questi pensieri non sono sopraggiunti solo a me.

La questione è abbastanza seria.

Dati alla mano, nel 2017 gli editori hanno pubblicato 66.757 titoli, di questi 19.860 titoli sono di narrativa italiana e straniera. Sono state vendute 88,6milioni di copie con un +1,2% sull’anno precedente, la prima volta dopo ben 7 anni che le vendite sono così positive.

Scrivere, perché?

Il proliferare del desiderio di scrivere e il successivo incremento delle pubblicazioni, è sicuramente un aspetto molto importante e felice; l’alfabetizzazione diffusa gli standard educativi più elevati, una maggiore attenzione alla cultura e poi i libri hanno davvero il potere di cambiare la vita, a chi scrive e a chi li legge. Eppure non è tutto qui. Questo aumento fa eco anche ad un altro aspetto fondamentale: un incremento delle persone che dedicano tempo all’introspezione, alla solitudine, all’isolamento. Si cela tutto dietro un “per scrivere ci vuole concentrazione”. Sì, ma non può essere tutto qui.

San Girolamo, Caravaggio (1605-1606), Galleria Borghese

Scriviamo perché non c’è nessuno nelle vicinanze che ascolterà, nessuno che sbircerà immediatamente dentro noi stessi, nessuno che chiederà “come stai?”, “perché pensi (dunque scrivi) questo?”, e poi ancora “che senso ha nella tua vita, tutto questo?”.

  1. nessuno ci ascolta, dunque meglio scrivere;
  2. nessuno ha abbastanza interesse a sapere COME STAI nonostante si sforzi e dica di volerlo;
  3. nessuno ha abbastanza tempo per farlo.

Abbiamo bisogno del nostro spazio, quell’intervallo di tempo ininterrotto della giornata, settimana, mese in cui siamo rispettati, amati, ascoltati, interessanti per qualcuno: noi stessi. Un periodo da dedicare al nostro bene-stare.

Flaubert lo disse nel modo più semplice: se fosse stato felice d’amore a diciotto anni, non avrebbe mai voluto scrivere.

La scrittura, dunque, può rivelarsi un ottimo palliativo.

Socrate non la pensava così

Il filosofo greco pensava tutt’altro. Com’è noto non ha lasciato nulla di scritto, a differenza dei suoi colleghi che riempiono ancora scaffali e scaffali di librerie. «Per Socrate, scrivere è una pallida imitazione e sostituzione della nostra vera vocazione, che è quella di parlare con i nostri simili, nella carne, in tempo reale, spesso con un bicchiere di vino sul tavolo, o mentre si cammina verso il porto o facendo un po ‘di esercizio in palestra, su ciò che conta davvero. La nascita della letteratura è, nella visione del mondo socratico, semplicemente un sintomo di isolamento sociale e un’accusa delle nostre comunità».

Ecco spiegato l’arcano. La lezione è tutta qui. Se perdessimo meno tempo nella complessità, se agissimo e parlassimo di più, se solo ci sforzassimo a farci capire dagli altri, saremo più felici. Probabilmente non ardenti scrittori, amanti della carta, rifugio degli incompresi ma persone che si impegnano a farsi capire da gli altri, a raccontarsi ai propri futuri lettori.

Anita

Anita

Content Specialist e specialista nel complicarmi i pensieri come solo le persone che gettano avanti il cuore in ogni cosa che fanno, sanno esserlo. Il Blog è il mio esercizio quotidiano per curare me stessa, per non perdermi, per essere sempre presente.

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