“Hai visto che bella libertà?” Lui ha capito. Io poi mi sono messo a pensare a questa faccenda delle righe del campo da tennis, che danno claustrofobia. Il giocatore costretto a mettere la pallina sempre dentro la riga, ma non solo dentro la riga, ma più vicino possibile alla riga, ma più vicino vai alla riga più corri il rischio di mettere la pallina fuori dalla riga, cosa che è veramente angosciante e ossessiva e claustrofobica. E le righe sono sempre quelle e io lo so che i giocatori la notte vanno a dormire, chiudono gli occhi e vedono le righe, lo so che vedono righe ovunque e stanno attentissimi quando camminano a non calpestare le righe tra i blocchi di pietra dei marciapiedi, o del parquet, o delle mattonelle, che è difficilissimo. E non possono mai stare fermi a guardarle quelle righe: vanno su, vanno giù, ma non si fermano in mezzo al campo a guardare intorno perché c’è l’arbitro che gli dice “tempo!”, cosa che è ossessiva, claustrofobica e un pochino malvagia, secondo me. Tutto questo a mio figlio grande non l’avevo detto, gli avevo solo detto quella cosa sulla libertà. Il resto avrebbe dovuto capirlo da solo: che differenza c’è tra noi e i tennisti? Poca roba.

Noi abbiamo le righe che ci siamo disegnati da soli e fatichiamo a non tirare fuori troppe palline. Se vuoi uscire dalle maledettissime righe – e dio solo sa se ci ho provato – arriva l’arbitro e fischia il fallo e ti porta dritto in galera. Poi ci sono quelli che dicono che quando ci si accorge che le righe sono troppo strette bisogna mettersi d’accordo tutti per spostarle. Oppure ci sono quelli che dicono che è inutile spostarle: è il concetto stesso di riga a essere sbagliato. E allora via, togliamo le righe. Ma io mi chiedo – e non è che io sia stato tanto a rispettarle quelle righe lì – una volta tolte, come si fa a giocare? Insomma io a mio figlio grande gliele direi queste cose, visto che è chiaro che passa giornate intere a discutere di quelle maledette righe coi suoi compagni dell’università: spostarle, cancellarle o che ne so io.

Un piccolo buio, edito Bompiani, è l’esordio al romanzo di Massimo Coppola. Al romanzo sì, perché lui di cose ne ha scritte. Eccome. Ha studiato Filosofia e poi ha cominciato a scrivere film, documentari, programmi tv, articoli. Il suo romanzo è la sintesi dell’intera vita di nove persone, complesse come solo le persone ben descritte e caratterizzate in un romanzo, sanno essere.

Il racconto comincia nel 1936 a Palazzo Vittoria, che rimane un po’ il protagonista per tutti gli undici capitoli del libro che riprendono ben undici decenni, in uno sforzo narrativo tra passato remoto e futuro prossimo che ha tenuto impegnato l’autore dal  2003/2004 per poi riprendere la scrittura e completarla nel 2017. Una volta ogni dieci anni, lo sguardo dell’autore si posa nelle vite dei protagonisti che crescono e si modificano insieme alle loro storie.

Così vediamo Michele, Leda, Carlo, Chiara, Luca, Marco e Vittoria crescere, maturare ed invecchiare. I figli che nascono somigliano incredibilmente a loro da ragazzi e danno inizio ad un gioco di ricordi che vede in Palazzo Vittoria, il luogo in cui le cose si rivelano.

Un piccolo buio in ognuno di noi

I personaggi del libro hanno incredibilmente paura di vivere così come intere generazioni che in qualche modo c appartengono. Un piccolo buio nascosto nel cuore di ognuno – si legge nella sinossi del libro – ma sempre sul punto di allargarsi e inghiottire tutto, come uno schermo che si oscura. Forse il merito del libro (il più importante) è quello di mostrare come siamo stati, come siamo e probabilmente come saremo: umani, pur sempre umani in questo mare di tecnologia e di progresso. Rimarrà la dimensione “condominiale” del fatto che accade dietro dietro le porte delle case, negli androni dei palazzi, nelle stanze segrete di ognuno di noi. Lo spirito della scrittura è filosofico, introspettivo in un continuo cambio di prospettiva che rende il romanzo, decennio dopo decennio, la storia di una vita, la nostra, che è tra il cinematografico e l’incredibilmente storico.

Massimo Coppola, Un piccolo buio, Bompiani.

Post in collaborazione con la Casa editrice Bompiani.
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